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Prof. Sarti #1: Musica liquida

musica liquida

Abbiamo deciso di riproporvi una serie di articoli redatti dal professor Augusto Sarti del Politecnico di Milano dall’archivio “storico” di AF Digitale: approfondimenti di grande spessore e ancora assolutamente attuali. Si parte con la musica liquida…

Introduzione della redazione

Tra dicembre 2010 e dicembre 2011 AF Digitale aveva avuto il privilegio di ospitare sulle proprie pagine, allora cartacee, le acute riflessioni e approfondimenti a cura di Augusto Sarti, professore associato del Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano specializzato in digital signal processing, i cui studi e saggi vertono su “space-time audio processing, sound analysis, synthesis and processing, image analysis, and 3D vision”.

Prof. Sarti #1: Musica liquida

Nell’esaminare diversi articoli pubblicati allora che potrebbero essere altrettanto validi e interessanti oggi, quelli del professor Sarti sono indubbiamente in cima alla lista e rileggendoli è stupefacente riscontrare quante previsioni e trend sono effettivamente divenute realtà nell’arco di 6-7 anni. Abbiamo quindi deciso di riproporveli senza tentativi di “aggiornamento”, non solo per cristallizzare quanto fossero lungimiranti questi articoli, ma in quanto ricchi di informazioni utili per capire meglio le fondamenta della nostra passione e dove questa si stava (e si sta) dirigendo…

Ecco il primo articolo, argomento musica liquida (decisamente attuale), originariamente pubblicato sul numero di dicembre 2010 di AF Digitale.

Prof. Sarti #1: Musica liquida


Musica: vincerà la smaterializzazione?

di Augusto Sarti

Il termine musica liquida è un neologismo recente ma già molto diffuso, che indica il tramonto del supporto fisico dei contenuti musicali (disco di vinile, nastro di mylar o CD di polipropilene), un cambiamento sostanzialmente modesto, ma di grande impatto psicologico.

Possessori solo di brani musicali

Fino a pochissimi anni fa, quando compravamo un CD lo facevamo con l’inconscia convinzione di diventare i possessori della raccolta di brani musicali. In realtà, come sappiamo, non è mai stato così. Con l’acquisto del CD diventavamo possessori del solo supporto, e con esso acquisivamo il diritto di poter ascoltare e riascoltare i suoi contenuti nelle condizioni specificate sul retro della copertina. Il supporto in sé, di fatto, aveva un costo irrisorio (costava molto di più la confezione). Il grosso del costo, andava invece nell’acquisto della “licenza d’uso”.
La smaterializzazione del bene digitale in generale è più facilmente accettata nel caso del software. Le ragioni di questo, sono da ascriversi al fatto che il software non viene intuitivamente associato al supporto in cui viene venduto, ma alla macchina sulla quale è destinato a funzionare.

Il CD come “estensione” della musica

Il supporto fisico lo teniamo in mano quando ascoltiamo i brani, magari leggendo i testi delle canzoni stampati nella copertina interna. È una sorta di complemento visuale all’ascolto, talvolta necessario per placare quel lieve feticismo che alimenta la volontà di collezionare. La smaterializzazione dell’audio digitale ha però avuto notevoli vantaggi, in quanto lo ha reso molto più facilmente accessibile.

Ubiquità o portabilità?

Una parola utile per descrivere il vantaggio che ne è derivato è “ubiquità”. Immaginiamo, ad esempio, di aver immagazzinato il nostro brano musicale in un server. Da questo momento in poi il brano sarà fruibile da qualunque mezzo (locale o remoto) che abbia accesso al server (ad esempio un TV, un notebook, uno smartphone e altri dispositivi).
Di fatto, però, è più diffuso il concetto di “portabilità” che di “ubiquità”. La maggior parte degli utenti dell’audio liquido, però, non pensano ad un accesso remoto, ma si limitano a pensare a una moltitudine di file da portarsi dietro in un player portatile di grande capacità. Anche solo limitandosi a questo, comunque, i vantaggi sono significativi, soprattutto per quanto concerne la disponibilità di sistemi di classificazione e ricerca dei brani desiderati.

Compressione o qualità?

Ciò che ha dato il via alla smaterializzazione dell’audio digitale è stata la nascita di efficaci tecniche di compressione audio. La cosiddetta “codifica percettiva” ha infatti consentito di ridurre di almeno un ordine di grandezza la dimensione dei file audio con una riduzione della qualità audio molto modesta. L’idea di base della codifica percettiva è togliere dall’audio degli elementi di dettaglio in misura proporzionale alla nostra capacità di percepirli. La codifica percettiva vista come tecnica di compressione, sicuramente provoca una perdita di qualità che, benché modesta, risulta percepibile da alcuni. La medaglia, però, ha anche un rovescio interessante. A parità di dimensione del file, una tecnica di compressione percettiva consente infatti un utilizzo molto più efficace della “banda” disponibile. Nello stesso spazio di un file audio stereo a 16 bit non compresso, riusciamo infatti a far stare un audio a 24 bit multicanale leggermente compresso.

Audiofili non inorridite

A rischio di far inorridire i puristi, in queste condizioni la compressione audio porta vantaggi che potrebbero essere interessanti anche per gli audiofili. Va detto infatti che sono stati fatti diversi studi eccellenti per stabilire l’impatto soggettivo della compressione sull’ascoltatore evoluto. Grazie a questi studi si è appurato che l’audio digitale compresso (DVD audio), acquisito a frequenze di 192 KHz e con 24 bit di quantizzazione è di fatto indistinguibile (a parità di master stereo) dall’audio digitale del CD non compresso.
Le cose cambiano quando si considera un audio nativamente multicanale. In questo caso la qualità percepita è significativamente migliore grazie alle aumentate potenzialità del mixing e della produzione surround.

Vantaggi e svantaggi

Alcuni dei vantaggi li abbiamo elencati sopra. L’accesso facilitato e l’ubiquità sono sicuramente fra quelli più immediati. Va poi menzionato il fatto che l’audio diventa maggiormente pervasivo e ancor meno invasivo, ossia fruibile con maggior libertà senza dover interrompere le proprie attività. È infatti possibile far sì che l’audio “ci segua” in casa mentre facciamo lavori domestici, o quando ci mettiamo in auto. Se invece cerchiamo gli svantaggi dell’audio liquido, il problema principale sta nella proliferazione di formati di compressione. Qualche anno fa una questione sulla quale la ricerca si era soffermata molto era quella del restauro di contenuti audio storici. Oggi questo problema sta passando in secondo piano rispetto a quello di non sapere se nel futuro saremo ancora in grado di leggere i formati che oggi stiamo utilizzando per conservare i nostri beni digitali. Occorrerà quindi far migrare i contenuti di formato in formato, col risultato di cumulare “transcodifiche” e di vederne progressivamente degradare la qualità.

Prof. Sarti #1: Musica liquida

Music recommendation

Un’altra possibilità interessante è quella di poter affidare la scelta dei brani da ascoltare a una sorta di DJ virtuale, in grado di creare playlist in base ai gusti, tenendo conto di alcuni parametri biofisici (battito cardiaco, gesti, espressione del viso). Questo scenario sullo stile del film “Minority report”, in realtà non è poi così lontano dal poter essere realizzato. Nel laboratorio al Politecnico di Milano si sta lavorando a tecniche di “music recommendation” che, tenendo conto dei gusti dell’ascoltatore, cercano di carpirne lo stato emotivo per creare playlist dinamiche e adattative, una sorta di radio personalizzata subliminale.

Pirateria, fine dell’Album, musica usa e getta

Un ultimo aspetto, che a mio avviso ha una rilevanza molto maggiore, è nell’impatto che l’audio liquido ha sulla produzione musicale. Anzitutto si è notevolmente aggravato il problema della pirateria. Questo sta progressivamente forzando molte etichette storiche a chiudere battenti. Inoltre molti gruppi non strettamente “mainstream” si stanno riproponendo in forma più “commerciale” (nel senso più negativo del termine) o stanno addirittura rinunciando alla loro attività in quanto economicamente infruttifera. Va poi detto che la musica liquida ha dissolto il concetto tradizionale di “album”, inteso come una successione di brani con una logica complessiva, un capo e una coda. Nella musica classica e per molti gruppi di generi non esattamente mainstream, l’album era il formato per eccellenza: qualcosa che ha bisogno di essere assaporato nella sua interezza. L’audio liquido, di fatto, favorisce contenuti più appariscenti, di maggiore impatto istantaneo, che colpiscono subito, senza preparazione. Probabilmente questo comporterà una perdita complessiva di qualità nella produzione musicale.

Fisico vs liquido: chi vince?

Non vi è alcuna evidenza di differenze percepibili nel passare dall’audio fisico a quello liquido, a parità di formato, a parità di condizioni e sorgenti audio, anche il formato audio compresso stereo ad alta definizione (24bit, 192KHz) non risulta distinguibile dall’audio CD.
Il quesito di fondo, soprattutto per gli appassionati di musica, è legato alle motivazioni che possono spingere all’adozione di una libreria totalmente digitalizzata. Queste alcune motivazioni che possono essere condivise dalla gran parte degli audiofili. Mia moglie ed io siamo grandi appassionati di musica, e lo sono anche i nostri tre figli. La casa in cui viviamo pullula di strumenti musicali di ogni tipo, e ogni stanza ha diffusori acustici di qualità. Abbiamo quindi cercato di trovare una soluzione che ci consentisse di ascoltare musica di qualità ovunque, senza dover ricorrere a player portatili (che avrebbero lo svantaggio di isolarci). Abbiamo quindi convertito tutti i nostri numerosi CD in formato “liquido” (AAC a 128kbs oppure MP3 a 256 o 320kbs), ora immagazzinato in un server a basso consumo che fa da “streamer”, si comporta cioè come una radio internet “on demand”. Le stanze principali della casa (soggiorno, studio musicale, cucina, camere da letto, mansarda) sono dotate di una coppia di diffusori di alta qualità (casse attive nearfield) oppure di un impianto multicanale, connessi a una “radio internet” (client) di buona qualità, che consente di accedere via streaming ai contenuti audio immagazzinati nel server, oltre che ascoltare le radio internet. Ci sono poi le stanze privilegiate (mansarda e soggiorno) dove è possibile godere di un ascolto multicanale di qualità (SACD, DVD audio), per esperienze maggiormente immersive e, ovviamente, per l’home cinema. Per questi formati, però, siamo ancora legati all’audio “solido”, in attesa di evoluzioni tecnologiche.

Componenti aggiuntivi: ecco ciò di cui avete bisogno

Esiste un’ampia varietà di player (di rete, locali) in grado di consentire al proprio impianto di accedere alla collezione di musica liquida. Ci sono infatti gli hard disk multimediali, gli streamer, i computer multimediali, i dock per i-pod o per altri player portatili. Con questi dispositivi, però, si riesce a trarre vantaggio solo di alcuni aspetti dell’audio liquido. Per godere anche della natura ubiqua dell’audio digitale occorre disporre di diversi punti di ascolto nella propria casa o in altri luoghi. Un buon compromesso fra qualità e flessibilità è offerto dai player Wi-Fi compatibili, da usarsi con impianti di amplificazione e diffusione di piccole dimensioni e alta qualità. Personalmente, amo molto le casse acustiche attive di fascia alta (se ne trovano a prezzi accessibili), oppure piccoli diffusori passivi di alta qualità collegati a un buon amplificatore in classe D (ce ne sono di qualità eccellente e a prezzi bassissimi).


 

 

 

 

 

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