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8K e il Blu-ray disc che non (dovrebbe) esserci

8K e il Blu-ray disc che non (dovrebbe) esserci

Fiduciosi fino a tre anni fa che anche l’8K avrebbe esordito nel fisico, streaming e declino dell’hardware vedono l’ipotesi sempre più compromessa

Verso la fine del 2017 la Blu-ray Disc Association era pienamente intenzionata a proseguire nell’ambito del fisico. A riprova del fatto il completamento proprio in quel periodo delle specifiche relative al formato 8K, con un’ipotetica finestra commerciale proprio per il 2020, cavalcando l’onda mediatica delle Olimpiadi giapponesi con trasmissioni 7680 × 4320 pixel e tutto il potenziale esprimibile anche a 60 Hz.

Nessuno poteva certo prevedere che in questo inizio 2020 il Coronavirus avrebbe messo addirittura in forse l’importante evento sportivo, più prevedibile invece che su disco fisico programmi 8K ben difficilmente vedranno la luce, non solo per quest’anno. Anche nel passato la fruizione di tecnologie consumer avanzate e pionieristiche è sempre transitata per prima dal Giappone. Discorso identico per l’alta definizione dove fu territorio di lancio, prima ancora del digitale nella sfera dell’analogico con quelle che apparivano come risoluzioni video fantascientifiche a 1080 linee interlacciate (1080i).

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Tra le prime aziende a produrre player Blu-ray 4K e tra le prime a ritirarsi dal mercato la coreana Samsung

Anni in cui in Europa l’ultima frontiera dell’Home Video era ancora il LaserDisc NTSC/PAL, prima dell’avvento del DVD, quando quel poco di HD sul vecchio continente era fruibile a costi fuori mercato e via satellite: qualcuno forse ricorderà il fallimentare HD-MAC europeo (a parte materiale test furono trasmesse solo le Olimpiadi invernali di Albertville) che non ebbe alcuna concreta diffusione, contrapposto al MUSE-HDTV giapponese che era uno standard fatto e finito. Unico beneficio all’epoca anche per l’Italia: l’introduzione delle prime televisioni formato 16:9 a tubo catodico.

Il Giappone era da tempo laboratorio per testare nuovi standard e supporti fisici, questione anche di necessità all’interno di una società con tanti appassionati desiderosi non solo di vedere ma anche registrare in alta definizione, a partire dalle (poco note) D-VHS DTheater a metallo evaporato, capaci di immagazzinare informazioni 1080i.

Le soluzioni più ovvie per l’8K? Oltre a unità di memoria alternative e più capienti ci sarebbe sempre il Blu-ray, come palesa l’esordio sempre giapponese in tempi più recenti di unità BDXL e relativi dischi ottici con capacità da 100 GB triplo strato ma anche 128 GB quadruplo strato. Il nuovo standard doveva gestire il codec video HEVC fino a un massimo di 8K / 60P e HDR (HLG – Hybrid Log Gamma), a supporto anche codec audio MPEG4-AAC e MPEG4-ALS e a protezione delle nuove registrazioni il sistema AACS2 (già ‘bucato’ da tempo), supporto a Dolby Vision e HDR-10+.

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Di fatto l’UHD Alliance a fine 2017 vedeva un futuro piuttosto roseo, confortata dalle vendite di hardware 4K con previsioni di ragguardevoli livelli di copertura pari a circa il 33% worldwide e addirittura 50% per Europa e Stati Uniti entro fine di quest’anno. Dai cento titoli UHD del 2016 si è passati a 250 UHD a fine 2017 con esordio, benché in ritardo, da parte di Disney e le prime produzioni UHD su disco. Il 2020 è arrivato e, anche se molto lentamente, il mercato televisivo inizia gradualmente a concentrarsi sull’8K oltre che mantenere alto interesse e produzione per il 4K. Ancora oggi ci sono (pochi) convinti che i lettori e i dischi fisici dovrebbero muovere nella medesima direzione da 4K a 8K.

Evidentemente le previsioni di interesse da parte del mercato e dei broadcaster stessi sono state troppo ottimistiche sperando che l’8K sarebbe stato più concretamente presente, mentre nella realtà siamo ancora molto al di sotto dell’1% del mercato. La promessa delle Olimpiadi in 8K non ha smosso alcunché nemmeno nello stesso Giappone, dove ahimè la presenza di TV 4320p non va oltre lo 0,1%. Non più tardi della fine del 2018 venne inaugurato il primo canale 8K giapponese via satellite con tanto di mega-premiere di 2001 – Odissea nello spazio in 8K nativo, ma non è bastato. Ed è proprio l’assenza di veri e costanti contenuti ad arricchire il database di programmi 8K a non offrire il giusto ‘carburante’ per il decollo dello standard.

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Si chiama BS8K ed è l’unico canale della giapponese NHK che trasmette via satellite programmi 8K, l’esordio fu con 2001 di Kubrick

Micidiale zavorra che impedisce l’accelerazione industriale la questione costi di produzione ma soprattutto post-produzione per il cinema: sono ancora troppo rari i film che nascono in 4K e come tali rimangono dopo la finalizzazione del CGI, dove vengono insertati anche pesanti elementi in computer grafica in una fase successiva alle riprese. Renderizzare materiale in computer grafica in 4K piuttosto che in 2K comporta costi anche quattro volte superiori e quando i budget sono da centinaia di milioni di dollari la differenza può arrivare a decretare successo o flop ai botteghini. Persino la recente produzione Terminator – Destino Oscuro co-prodotta dallo stesso James Cameron è stata girata nativa 4.5K con Arri Alexa ma poi giunta su Digital Intermediate 2K. Stiamo parlando di un’opera con un costo pari a 185 milioni di dollari che nonostante il lavoro di post-produzione ‘solo’ in 2K ha portato a casa circa 261 milioni worldwide (per iniziare seriamente a guadagnare in genere una produzione deve superare  il doppio dell’investimento).

Figuriamoci concepire una filiera produttiva 8K dall’inizio alla fine, si potrà forse concepire in ambito broadcast come ha ampiamente dimostrato l’emittente nazionale giapponese NHK che da tempo gira il mondo incamerando materiale 4320p. Anche perché in effetti l’8K non è un formato cinema, tale risoluzione rischia di restare elemento di nicchia per smartphone, tablet e camere di fascia alta, quanto all’industria dell’entertainment non sembra esserci tutta questa premura di sborsare carrettate di soldi che riprendersi diventerebbe ancor più complicato. Nei prossimi anni l’8K lavorerà molto su intelligenza artificiale e capacità di migliorare materiale almeno 4K.

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Nemmeno l’ultimo Terminator co-prodotto da Cameron ha beneficiato di post-produzione 4K

Dieci anni il periodo di transizione che ha visto il passaggio da DVD a Blu-ray 2K tra il 1996 e il 2006 e altri dieci per il Blu-ray 4K nel 2016 ma nessuno scommetterebbe che tra sei anni ci sarà un’altra rivoluzione. Sono anni di declino del supporto fisico con un volume di dati precipitato a numeri imbarazzanti, in cui si esulta quando un titolo vende cinquecento copie. E pensare che all’epoca del suo boom il DVD faceva girare l’industria in misura totalmente diversa, quando si festeggiava il superamento delle centomila copie: a tagliare il traguardo fu il primo Matrix di Warner.

A ben guardare lo stesso Blu-ray UHD è lungi dal divenire prodotto mass-market, in Italia per ragioni diverse dal resto di molti altri mercati. In primis per la scandalosa qualità audio della traccia italiana che su dischi 4K è un miracolo quando la proposta è DTS lossy, dove la norma è invece quella di sfruttare la medesima del DVD: elemento di non poco conto che come abbiamo abbiamo avuto modo di spiegare in passato fomenta la pirateria. C’è poi la questione dei produttori hardware, con brand importanti che hanno tirato i remi in barca come Samsung e Oppo, mentre il rinnovo del parco macchine sta diventando una chimera per chi è restato nel mercato dei player fisici come Panasonic, LG, Sony o Pioneer.

8K e il Blu-ray disc che non (dovrebbe) esserci
La prima edizione di Matrix su DVD nello storico “snapper case”

La soluzione di continuità (minimo per i prossimi 2-3 anni) dovrebbe comunque esserci, sempre che Sony non smentisca l’unità ottica 4K annunciata sulla futura PlayStation 5 in arrivo a fine anno, capace di leggere dischi fino a 100 Gb. In teoria non occorrerebbe nemmeno inventarsi alcunché per partire con le prime proposte 8K su disco, sfruttando gli attuali supporti 100 GB triplo strato impiegati per l’UHD, velocità massima di trasferimento pari a 128 Mbps.

Il video 8K richiede una larghezza di banda quattro volte superiore a quella del video 4K ma occorre tenere conto che ci sono differenze sostanziali se trattasi di materiale cinema o non-cinema. In quest’ultimo caso il raddoppio della frequenza di quadro, odiato da chi non sopporta l’effetto “soap opera”, migliora l’efficienza della codifica video, implicando un aumento della larghezza di banda non superiore al 25-30% rispetto al 4K.

I problemi nascono quando per il materiale cinema si deve restare prossimi ai 24 fps e gestire la risoluzione 8K, dove l’aumento del bit rate a parità di dimensioni disco diminuirà il volume di dati e quindi la durata dello stesso. La soluzione potrebbe essere quella di una codifica più efficiente rispetto all’HEVC (High-Efficiency Video Coding o H.265), ovvero il VVC (Versatile Video Coding o H.266). La finalizzazione del nuovo sistema di codifica/decodifica dovrebbe completarsi entro metà 2020, algoritmi che sulla carta offrono una compressione più performante del 30-50%, aprendo le porte all’8K su dischi da 100 GB. Si tratta comunque di riflessione su numeri grossolani, che non hanno tenuto conto dello spazio occupato dalla traccia audio o peggio ancora da progetti centralizzati che includano multi-tracce, rubando ulteriore spazio al video.

Immaginiamo quindi uno scenario (da fantascienza) dove ogni singolo Paese dovrebbe investire per il proprio mercato, dove solo i territori anglofoni beneficerebbero di integrazione dei dialoghi tagliando fuori il resto del mondo, non di meno i giapponesi. Anche i più blasonati servizi streaming affermano che dovrebbe essere sufficiente una larghezza di banda di 25 Mbps per supportare un flusso dati medio 4K da 15 Mbps, si ma con che resa tecnica per l’audio? E per l’8K potrebbe essere sufficiente una linea 100 Mbps? Quanti potrebbero fruirne fuori dai capoluoghi di provincia dove manco arriva la fibra?

Altra tegola sulla testa dell’8K fisico la recente affermazione da parte della 8K Association che l’ipotesi di un percorso fisico per il 4320p è da scartarsi. D’altro canto in tale gruppo milita anche il colosso coreano Samsung, che ha già dismesso la produzione di player Blu-ray 4K a inizio 2019, mentre la Blu-ray Disc Association che conta tra i partecipanti per esempio Sony, potrebbe avere qualcosa da ridire in merito. La strategia di sfruttare molto dell’hardware di oggi al servizio del software di domani potrebbe rivelarsi vincente, con dischi da 100 Gb triplo strato e il nuovo codec VVC, ma come un cane che si morde la coda rischiamo di ritrovarci al punto di partenza e un pugno di byte tra le mani.

Perché chi si metterebbe in pista a creare il giusto environment tecnologico-produttivo per l’8K se non esistono programmi degni di nota e la base installata di TV 8K è pressoché nulla? Il sublime e immenso 2001 – Odissea nello spazio sarebbe l’inizio più bello, ma un Kubrick solo soletto…non farebbe certo primavera.

Per ulteriori informazioni: link alla 8K Association, e link alla Blu-ray Disc Association.


 

 

 

 

 

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